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aggiornato al 06.09.2009

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l'articolo
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speciale viaggi nei castelli
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Il Castello della Cecchignola

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

di M. Rendine
 
inserito il 15/06/2009

Buona parte della mia vita l’ho trascorsa abitando all’E.U.R., un luogo inizialmente scelto dal Regime Fascista intorno alla fine degli anni ’30 del secolo scorso, quale zona adeguata a ospitare i padiglioni dell’Esposizione Universale di Roma da inaugurare nel 1942. Causa la Seconda Guerra Mondiale, i lavori vennero bloccati con tutte le opere fino ad allora già realizzate. Solo a partire dalla fine del 1955, l’innovativo e avveniristico progetto fu recuperato in quanto ritenuto atto questa volta, a ospitare talune strutture sportive delle future 17me Olimpiadi Moderne di Roma del 1960. Consumato tale evento, l’E.U.R. si trasformò definitivamente in uno dei più eleganti e ambiti quartieri della Capitale. Attraversato per tutta la sua lunghezza come un decumano massimo dalla Via Cristoforo Colombo, i suoi confini naturali sono marcati da arterie di grande traffico quali la via Ostiense, la via Laurentina, la via Ardeatina. La mia abitazione si trovava a circa 300 m. dalla Via Laurentina e uno dei passatempi adolescenziali preferiti era quello di scorrazzare col mio motorino, un elegante Lambrettino 48SX color verde amazzonite, oltre che nel mio anche per i quartieri limitrofi del Giuliano-Dalmata piuttosto che della Cecchignola, senza lontanamente supporre come l’origine di ognuno fosse storicamente collegata all'altro. Fin da allora mi domandavo cosa significasse quel curioso termine di Cecchignola e mai e poi mai avrei vagheggiato che quel adolescenziale interrogativo, avrebbe trovato finalmente risposta “solo” trent’anni dopo in un anomalo afoso sabato mattina di maggio 2009. Infatti alle spalle della Città Militare si erge nella sua semplice disarmante bellezza, praticamente alle porte della Capitale, il Castello della Cecchignola. Sorge sui resti di uno dei presidi militari turriti extra menia inserito nel secondo sistema difensivo di guardia di Roma che dopo il principale, costituito dalle Mura Aureliane, si completava perfettamente col terzo, anch’esso turrito, che ancora oggi nelle denominazioni di talune uscite, caratterizza l’anello stradale del Grande Raccordo Anulare. Il vocabolo Cecchignola è la corruzione della parola cicogna (da cui anche cicognola o cicomola) la quale peraltro non si riferisce al pennuto “port-enfant”, tipico delle terre del Nord Italia e d’Europa, bensì a quel ingegnoso meccanismo idraulico che gli antichi romani avevano ideato ispirandosi alla forma del animale, osservato nel atto di abbeverarsi. L’attuale posizione lo vede estendersi in una depressione circondato e paradossalmente quasi protetto, dalle aree residenziali di Fonte Meravigliosa e Prato Smeraldo da un lato e dalla Città Militare e zona abitativa di Via di Tor Pagnotta, dall’altro. Il primo sguardo è istantaneamente catturato dalla Torre la quale, elegante e giustamente compiaciuta, svetta coi suoi 45 m. su tutto il complesso delle strutture sottostanti ed è impossibile non paragonarne la foggia a quella più famosa del Mangia di Siena. Osservandola attentamente è come sfogliare un testo di storia delle costruzioni in quanto, partendo dalla base di epoca romana coeva delle mura, ben conservate e impreziosite perché ivi inglobati, da notevoli materiali di risulta, si possono riconoscere i successivi lavori di rialzamento effettuati nel XIII, nel XVIII e nel XIX° secolo. I merli delle mura oggi appaiono ghibellini, ma in talune antiche riproduzioni e in affreschi, sono riconoscibili le vetuste merlature guelfe. Infatti il primo a menzionare ufficialmente il Castello in una Bolla papale è Onorio III Savelli, il quale nel 1217 lo registra attribuendone la proprietà ai monaci di S. Alessio all’Aventino definendola “duas pedicus terrae Piliocti vel cicomola” ove Piliocti (l’attuale Tor Pagnotta) derivando dal latino Pila che significa pressare, premere, pigiare suggerisce come molto probabilmente in questo luogo si pestassero stoffe o l’uva delle vigne circostanti. Del resto non lontano, un’altra arteria che interseca la Via Ardeatina, via di Vigna Murata, oltre a testimoniare la tipologia di coltura primaria di questo territorio, rammenta la consuetudine di coltivarne i vitigni migliori entro mura di protezione. A partire da questa data numerosi e importanti furono i proprietari che vi si avvicendarono. I Capizucchi, che successivamente cedettero il Castello a metà del 1400 al Cardinal Bessarione il quale come suo solito, lasciò evidente e gradevole testimonianza del proprio passaggio, facendo erigere un’elegante palazzina con loggia e ninfeo (quest’ultimo ancora visibile) e una peschiera di forma ovale su una sorgente di origine vulcanica. I Margani quando fu Pietro ad acquistarlo nel 1467, i Cenci e poi ancora i Barberini a cui fece seguito Scipione Caffarelli Borghese, nipote di Papa Paolo V quest’ultimo il quale, s’impegnò a far bonificare la zona e a realizzare un parco a completamento dell’opera cinquecentesca del Bessarione. Sul finire del 1600 la proprietà passò a Benedetto Panphilj il quale, grande appassionato dell’arte venatoria, utilizzò il parco per le sue battute di caccia e per organizzare spettacoli. Grande esperto di musica, firmò i libretti di talune opere di Antonio Scarlatti e Georg Friedrich Handel e nella tenuta della Cecchignola fece esibire, oltre a due grandi musicisti quali il violinista Angelo Corelli e il violoncellista Giovanni Lorenzo Lulier anche il più acclamato attore dell’epoca di origine partenopea e maestro del grande Molière, Tiberio Fiorilli, l’ideatore oltre che della Commedia dell’Arte, anche della maschera di Scaramuccia o Scaramouche alla francese, un personaggio al quale la RAI nel 1965, dedicò una riduzione televisiva magnificamente interpretata per chi lo ricorda, da un sorprendente e incontenibile Domenico Modugno. Col trascorrere degli anni Benedetto Pamphilij, grazie proprio al famoso e attualmente discusso Papa Innocenzo XI°, l’indiretto ma fondamentale protagonista del libro Imprimatur di Monaldi & Sorti, ottenne oltre che la carica di Cardinale anche la nomina a Gran Priore dell’Ordine di S. Giovanni di Gerusalemme, quindi la proprietà entrò a far parte del patrimonio di questo Ordine monastico essendolo stato probabilmente anche dei Templari e dei Cavalieri di Malta.. Ma tra proprietà ed enfiteusi, numerosissimi sono coloro che in ogni caso, si ritrovarono a frequentare con grande piacere questo luogo ameno, reso certamente tale grazie anche alla presenza di acque minerali che in abbondanza oltre a scorrere sotto l’area del Castello, caratterizzano da sempre il territorio circostante. Durante il periodo che il Cardinale De Gregori del Gran Priorato di Roma, concede in enfiteusi il luogo alla famiglia Braschi di Papa Pio VI., avviene la discesa nell’Urbe dell’esercito di Bonaparte. Il maniero è venduto con tutta la tenuta alla società francese Sicubert-Valadier-Durel per la somma di 20.407,82 scudi. Ma all’indomani della definitiva sconfitta di Napoleone e riaffermatosi il potere temporale della Chiesa, la proprietà ritorna nelle mani di un Papa, per la precisione Leone XII Della Genga e nel Dizionario di Erudizione storico-ecclesiastica si legge “Finalmente diremo che Leone XII non fece mai villeggiatura, (…); fu bensì solito talvolta recarsi alla Cecchignola a pranzo con qualche famigliare o ministro….”. E’ dalla Camera Apostolica quindi che Alessandro Torlonia nel 1832, acquistò il Castello per la somma di 35.000 scudi. Dopo il 1870, come altre zone della neo capitale vale a dire Cento Celle, Monte Mario, Cecilia Metella e Torre Nuova, la campagna intorno al Castello della Cecchignola viene trasformata in meet per le battute di caccia alla volpe. Questo antico “passatempo”, nato in Inghilterra nel 1534 quale metodo pratico per contenere le nascite del animale, ebbe nondimeno una particolare temporanea fama anche tra gli esponenti dell’aristocrazia romana tra il 1882 e il 1888, come testimoniato dagli articoli di cronaca mondana del quotidiano “La Tribuna” scritti dall’emergente neo giornalista Gabriele d’Annunzio, il quale così descriveva quegli avvenimenti che vedevano tra i maggiori protagonisti, il nobile Spilmann “15 dicembre - …Ma, Dio mio, sei ore di equitazione! Il meet era alla Cecchignola; il tempo bellissimo, d’un’immensa dolcezza sulla campagna morta e muta; grande il numero dei cavalieri; vivace il buon umore”. E ancora si ripete “Dove sarà il primo appuntamento? Alla Cecchignola? Quando il tempo è bello, quella campagna morta e muta si copre d’un’immensa dolcezza e assume un colorito mirabile..”. A osservarla bene, la campagna morta e muta così come descritta dal Vate, oggi appare molto più che gradevole e soprattutto comunicativa, rinata com’è dopo decenni di lento declino e abbandono, aggravato certamente anche dal Decreto del 1938 del Governo Fascista che sanciva l’appropriamento delle acque minerali che scorrendo sotto il Castello, alimentavano l’invaso naturale del 1500, prosciugandolo definitivamente. L’acqua deviata nel suo corso, serviva a colmare l’invaso artificiale di quello che sarebbe divenuto il Laghetto dell’erigendo quartiere espositivo. Ancora oggi nonostante la caduta del Regime e gli oltre 70 anni di tempo trascorsi, paradossalmente quel Decreto è tuttora vigente. A completamento del quadro storico d’insieme citato all’inizio dell’articolo, è interessante sapere che per costruire il comprensorio dell’E42, furono ingaggiate maestranze di profughi giuliano/dalmati le cui famiglie furono alloggiate non lontano dal posto di lavoro, decretando di fatto la nascita del Quartiere che indica ancora oggi nel nome, la provenienza geografica di quei suoi iniziali abitanti; mentre la vasta area occupata attualmente dalle caserme dell’Esercito Italiano, la cosiddetta Città Militare della Cecchignola, era il luogo destinato a custodire tutti i materiali, le attrezzature e i mezzi meccanici necessari alla costruzione. L’artefice della rinascita del Castello si deve all’opera intensa e appassionata dell’attuale proprietario, l’Architetto Dario del Bufalo. Architetto non per caso, in quanto la sua famiglia di antica nobiltà romana vanta da decenni un’importante tradizione nel campo dell’Architettura di grande qualità e non solo. Il nonno Edmondo fu l’ideatore del progetto della via Cristoforo Colombo e il padre Luciano, oltre che progettare il grattacielo nelle vicinanze del Fungo dell’E.U.R. sede della NATO, ha anche costituito la società Solar System Construction per la ricerca sull’energia solare. Per molti anni trascorreva del tempo a cavalcare per queste terre, come lui stesso racconta ai gruppi di visitatori che accoglie nel Castello, in quanto amava fare foxwatching. In realtà non è affatto inusuale ancora oggi, riferisce, avvistare un presumibile “discendente” delle volpi sopravvissute alle battute di caccia, aggirarsi senza timore nel cortile del castello, addirittura in pieno giorno. Da grande innamorato di Roma e della romanità quale è, non sopportava il pensiero di vedere andare in malora qualcosa di veramente bello e affascinante. Così tra numerose difficoltà tecnico/burocratiche con caparbia volontà decise a proprie spese di dare il via ai lavori di ripristino nel 2004, terminandoli con successo nel 2006. Grazie all’opera di bonifica e di restauro questo luogo ha ripreso vita e sembra addirittura aver passato indenne il trascorrere dei secoli. Eliminata l’inutile precaria e quindi pericolosa cisterna che Alessandro Torlonia volle collocata sulla sommità della Torre principale, si è dedicato al ristabilimento di quella secondaria, ripristinando l’eccezionale pesantissima campana rimossa diversi anni prima per manutenzione ma poi dimenticata e sepolta in un remoto angolo del complesso. Oggi i suoi rintocchi vibrano argentini come un tempo. La stalla, trasformata attualmente in Sala Conferenze, è stata liberata dalla ingombrante presenza di carrozze d’epoca e di cavalli che un particolarissimo personaggio, Alfredo Danesi, stuntman del film Ben Hur nella famosa corsa delle quadrighe, aveva abusivamente piazzati per decenni all’interno del maniero, la proprietà del quale nel frattempo era passata negli anni ’70 al consorzio Fonte Meravigliosa. Del Bufalo descrive il Danesi come una figura eccentrica, decisamente anacronistico e smaliziato al punto giusto da mettere in soggezione chiunque, persino lui. Quantunque anziano, risultava alla vista robusto e combattivo alla stessa stregua di un vecchio centurione dalle molteplici cicatrici, quindi uomo pratico e certamente non propriamente consapevole dell’importanza storico-artistica del luogo. Non fu facile convincerlo a sgombrare, ma alla fine il nostro architetto seppe individuare il modo giusto per raggiungere il proprio scopo e porre rimedio dopo un opportuno restauro, ai madornali “orrori” compiuti dal vecchio “cinematografaro”. Come la colonnina autentica romana tanto per citare un primo esempio, che si trovava all’interno e che dopo la ristrutturazione, è stata ricollocata a livello di calpestio originale rispetto all’attuale pavimentazione; porta evidenti i segni degli zoccoli ricevuti dai calci dei quadrupedi. O come la noncurante attitudine di appendere i finimenti dei cavalli a lunghi chiodi quadrati sulle pareti affrescate dal Durante nel salone delle feste del piano nobile. Con pazienza certosina intervenendo personalmente e manualmente, il del Bufalo ha tolti quei micidiali arpioni cercando di contenere i danni inevitabili del loro espianto. Il risultato eccellente, permette ancora di ammirare i dipinti di tutte e quattro le pareti, con una preferenza per quella di fondo la quale oltre a essere impreziosita da un bel esemplare di caminetto con stemma Borghese, vede riprodotte le immagini sia del castello che del laghetto naturale, all’interno del quale è ancora riconoscibile l’isolotto decorato con balaustrino a colonnine e stemmi, sempre Borghese, così come appariva nel 1600 e come riproposta in una rara fotografia (dagherrotipo) del 1908. Nel maniero si può ancora ammirare la Cappella, d’impianto seicentesco e mai sconsacrata. Sulla parete esterna destra è perfettamente visibile un’enigmatica incisione di forma quadrata composta da tre linee concentriche. Secondo Dario del Bufalo potrebbe trattarsi, sebbene sia soltanto una sua ipotesi per quanto assolutamente verosimile, di un simbolo o meglio, di un segnale in codice per i cavalieri Templari, che avvertiva come quel luogo fosse protetto da almeno tre ordini di cinta murarie. Da non mancare poi la visita ai sotterranei, ovvero le sale che precedono contigue le une alle altre e che furono chiaramente utilizzate, dato i ritrovamenti, come deposito per il vino; sono i cunicoli tufacei scavati chiaramente in epoca romana. E poi il Ninfeo del Bessarione caratterizzato da una serie di archi, i cui lati esterni furono tamponati in epoche successive e che è rivolto verso l’area dell’invaso naturale. Lo scorrere congiunto delle acque dovevano ricreare un ambientazione assai piacevole e idilliaca, quasi certamente ispirata a medesime coreografie di tipo Romano come il ninfeo dell’horto di Sallustio piuttosto che di quello degli Annibaldi. La scoperta di un simile gioiello è impreziosita dall’affabile e competente narrazione del Architetto del Bufalo il quale grande competente di marmi e pietre dure e primo collaboratore di Raniero Gnoli, ha fatto del Castello la sede prestigiosa dell’antica Corporazione di cui oltre che essere membro è stato per due anni Presidente ovvero, l’Università dei Marmorari di Roma, legalmente fondata nel 1406, ma con origini risalenti all’Impero. Tutt’ora operante, nacque più di seicento anni or sono per sostenere i propri aderenti nel momento critico della mancanza di committenze nell’Urbe, durante la “Cattività Avignonese”. In conclusione, la visita del Castello della Cecchignola restituisce al visitatore sensazioni decisamente uniche e nuove e questo semplicemente perché la sua storia più che secolare, sembra inesauribile tanti sono i fatti e gli aneddoti passati e recenti che lo caratterizzano. Avrei voluto citarli tutti, ma ho preferito tralasciarne alcuni, certa di aver solleticato la curiosità di chi, quel sabato di maggio, non è potuto essere presente.

 
   

 
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